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Di pari passo con l'uomo |
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I primordi
Agli albori della sua comparsa sulla terra, l'uomo
viveva nei boschi, che ricchissimi ricoprivano il
globo, e si nutriva essenzialmente di bacche,
radici, frutti e, per quanto gli era possibile, di
caccia. Questa vita difficile, dura, tesa alla
continua ricerca di cibo, fra l'altro non
sufficientemente disponibile per tutto l'arco
dell'anno, faceva sì che la crescita della
popolazione fosse estremamente limitata sia perché
la scarsità di cibo influiva sulla fertilità, sia
perché perla sopravvivenza i gruppi familiari, o
piccole tribù, avevano bisogno di larghi spazi ove
cacciate ed effettuare la ricerca dei vegetali
commestibili. Soltanto dopo aver scoperto
l'agricoltura - ma per compiere questo piccolo passo
occorsero migliaia di anni- l'uomo poté disporre di
più abbondanti quantitativi di cibo per tutto
l'anno, raggiungendo così più sicurezza e
serenità, Quindi uscì dalla foresta e conquistò i
larghi spazi delle praterie ove meglio poté
applicare le pur rudimentali tecniche agricole, Le
famiglie crebbero, si formarono tribù, villaggi,
paesi, sempre più grandi centri abitativi:
cominciava il processo di crescita della popolazione
che, nel breve volgere di pochi millenni, avrebbe
portato la civiltà dell'uomo sino ai nostri tempi.
Gli abitanti dei boschi, per rispondere agli
innumerevoli misteriosi interrogativi della natura,
come la nascita, la morte, le piogge, i lampi, i
tuoni, il sole, le stelle, la luna con le sue fasi,
la crescita dei frutti, il fuoco, il gelo
dell'inverno e così via, avevano individuato forze
misteriose alle quali attribuire la causa di quei
fatti, per la loro mente così strabilianti e non
diversamente spiegabili: stiamo assistendo alla
nascita della religiosità, con tutte le collaterali
animistiche, le credenze, i cerimoniali, i tabù, i
totem, le divinità, tanto più importanti quanto
più inspiegabile e misterioso era l'evento che
rappresentavano.
Nacquero allora le divinità agricole: la dea Nidaba
dei Surneri, la vacea solare narluli degli egiziani
e Cerere, la dea romana del raccolto.
La popolazione delle divinità crebbe così a
dismisura:
una per ogni evento, spesso doppioni importati dalle
tribù o popolazioni limitrofe. Gli dei erano tanti,
potenti e spesso pericolosi. Occorreva ammansirli,
ingraziarseli. Nacquero così i riti propiziatori, i
sacrifici che volevano essere di buon auspicio e di
espiazione nello stesso tempo.
Nei boschi l'uomo offriva alle divinità le bacche,
le radici raccolte, i piccoli animali; quindi
animali più grandi e in maggior numero in rapporto
alla ricchezza alimentare raggiunta. Nella
evoluzione del sistema si spiegano così i sacrifici
umani, estrema espiazione delle colpe. Bevendo la
coppa dì sangue se ne ingerisce l'essenza sacrale,
l'essenza vitale con la quale sì onora dio. Con
altrettanta sacralità si spreme il succo dei frutti
per estrarre la parte più infimamente essenziale;
questo forse il motivo per il quale il primo uomo ha
spremuto l'uva, con quel che ne consegue. Questo
stesso principio ha indotto probabilmente l'uomo a
far macerare la farina di frumento nell'acqua, per
estrarne la vitalità, birra primordiale passata,
nell'uso, da bevanda sacrificale a bevanda abituale.
Non sembra quindi ardua la tesi che le origini della
birra risalgano sino dai tempi della scoperta
dell'agricoltura. La birra fu certamente, dopo
T'acqua, la prima bevanda mai consumata dall'uomo.
Molto tempo prima della vite, già si coltivava nel
mondo l'orzo che, spontaneo o coltivato, fu ed è
presente in tutte le latitudini della terra, mentre
è noto che la vite cresce solo nella fascia
temperata.
I Sumeri
La civiltà sumera fu certamente la più grande e
antica mai comparsa sulla faccia della terra. Nasce,
poco prima della civiltà egiziana, nella fertile
terra d'Asia in una fascia compresa fra i fiumi
Tigri ed Eufrate. Nel periodo sumerico, per
intenderci oltre 5.000 anni fa, si ricavava
dall'orzo, prodotto principale dell'agricoltura di
allora, una bevanda nazionale, molto simile alla
nostra birra, che veniva chiamata sebar-bi-rag,
letteralmente "bevanda che fa veder
chiaro". |
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Le cannucce usate dai Sumeri servivano
per evitare di ingoiare i residui della lavorazione
della Birra |
Babilonia fu per l5OOanniilcentrodellaciviltà
mesopotamica. Sorprendente la sua rete di fognature,
autentico miracolo di ingegneria; straordinari i
suoi giardini pensili, per i quali era famosa,
annoverati alle sette meraviglie del mondo. Famosa
era la sua torre, famosissimi i suoi tessuti, che
sapeva produrre di ottima qualità con colorazioni
raffinate. Ma ancora più famosa eralase-bar-bt-sag,
di ottima qualità, oggetto di commercio e intenso
scambio in tutta la Mesopotamia e oltre.
La fabbricazione era estremamente semplice ed
efficace. Selezionavano dal raccolto annuale il
migliore orzo, che veniva posto a inumidire sino a
quando principiava la germinazione, quindi veniva
messo ad asciugare al sole, e quando era ben secco
si macinava e si impastava con acqua formando dei
pani. Quando questi erano spontaneamente lievitati,
si ponevano a cuocere a forno molto caldo, in modo
che si formasse rapidamente la crosta, mentre
all'interno la pasta doveva rimanere molliccia. Per
ottenere la birra, questi pani venivano frantumati e
posti a cuocere con abbondante acqua in grandi
recipienti di terracotta; quindi, al liquido
filtrato si aggiungevano erbe aromatiche, come li
salvia e il rosmarino. Tutto ciò avveniva sotto lo
stretto controllo dello Stato, l'unico e solo ad
avere diritto a tali produzioni, e la lavorazione
ufficiale aveva luogo nei locali delle cantine
reali, per opera dei prestigiosi gat-bi-sag, i
mastri birrai dell'epoca, utilizzando apposite giare
e vasi sui quali spiccavano, oltre ai simboli
dell'orzo e della birra, i sigilli reali.
Gli Egiziani
Importantissimo anche nell'antico Egitto era la
produzione di birra che, nei consumi popolari,
veniva subito dopo l'acqua del Nilo. Scarsa la
presenza del vino d'uva, più diffuso invece il vino
di datteri. Le prime notizie certe risalgono al
310(3 a.C. e narrano della ostessa Azag-Baula quale
preparava e vendeva nella sua cantina una birra di
cereali, che nella lingua egiziana più arcaica
veniva chiamata henqet Nasce probabilmente
parallelamente alla se-bar-bi-sag sumera, e non si
hanno documentazioni sufficientemente comprovanti la
priorità dell'una sull'altraGli egiziani facevano
risalire l'invenzione della birra al dio Rie, il
quale ne aveva fatto splendido dono agli uomini. Dai
testi sacri del tempio a Uruk si deduce che dovevano
essere almeno quattro i tipi di birra prodotti,
birra che veniva offerta annualmente in diciotto
vasi d'oro al dio Anu. Se ne ha però notizia certa
di solo tre tipi: la zythum, birra chiara, la curny
che doveva essere di colorazione più scura, e la
sà, birra ad alta concentrazione, riservata
all'esclusivo consumo del Faraone e per le cerimonie
religiose. La lavorazione era molto simile a quella
sumerica, a parte la maltizzazione che venne
scoperta e impiegata solo in epoche successive,
probabilmente quando si volle imitare la più
raffinata lavorazione della prestigiosa birra
babilonese. Per l'aromatizzazione si ricorreva con
maggiore frequenza al miele di datteri e alla
cannella, non disdegnando però salvia e rosmarino.
La birra è presente lungo tutto l'arco della vita
degli antichi egiziani: dalla nascita alla morte.
Lattanti, venivano svezzati con una miscela a base
di zythum, acqua, miete e farina di orzo; più
grandicelli, venivano invitati a un moderato consumo
della bionda bevanda, con un'apposita cerimonia di
iniziazione. Anche in medicina e nelle formule
magiche la birra rivestiva grande importanza; come
balsamo contro le malattie con particolare
riferimento a quelle di origine intestinale, per
curare le ferite, come antidoto al velenoso morso
degli scorpioni. Si racconta che il mago Dodi, con
ripetuti impacchi di birra riusci addirittura a
resuscitare un toro e un'oca riattaccandone la testa
mozzata.
La birra era inoltre comunemente impiegata quale
complemento agli emolumenti degli operai Non si può
però chiudere questo capitolo sull'Egitto senza
accennare all'ultima regina della sua storia, la
più nota e la più chiacchierata: Cleopatra. E noto
come, sentendosi anziana e non più desiderata,
capendo di aver perso il suo ben noto fascino
femminile e timorosa di essere trascinata a Roma
quale trofeo di guerra, decise di porre fine ai suoi
giorni facendosi mordere da un aspide. Ebbene, prima
di compiere quest'ultimo definitivo gesto, si fece
mescere dalle ancelle due coppe di sa', la forte
birra degli dei, che offrì una a se stessa,
prossima dea sorgente dall'imminente morte, e una
alla dea Anubì che l'avrebbe accompagnata nel lungo
viaggio d'oltretomba.
I Greci
I greci, o meglio, alcuni greci, avevano una
decisa antipatia nei confronti della birra che
chiamavano con il termine spregiativo di "vino
d'orzo". Eschilo nelle Supplici formalizza il
pensiero dei suoi concittadini poiché, parlando con
tono di scherno degli egiziani, dice: "...gli
abitanti non sono uomini veri, ma uomini che bevono
vino d'orzo.", Che tipo divino bevessero poi i
"veri uomini ce lo racconta Omero. Una coppa
divino schietto allungato con due coppe di acqua di
fonte, aromatizzato con miele e resine varie.
Comunque, abitualmente in Grecia il vino si beveva
schietto solo in alcune occasioni, mentre nell'uso
comune veniva preparato come ce lo descrive Omero. I
cretesi erano invece ottimi preparatori di birra,
che chiamavano bruton e consumavano in proporzioni
pari se non maggiori del vino che sapevano produrre,
anche questo, di ottima qualità. La birra veniva
preparata artigianalmente in proprio, sia nelle case
dei contadini sia in quelle patrizie.
Sugli stupendi vasi ritrovati a Cnosso, frequenti
sono le decorazioni con spighe di orzo e sovente
appare il simbolo della burton sulle altrettanto
stupende coppe d'argento finemente cesellate,
adibite allo specifico consumo di questa bevanda.
I Romani
Partiamo da una considerazione: se Cleopatra
seppe conquistare prima Cesare e poi Antonio
avvalendosi delle sue raffinate seduzioni di amante
e della sua ben nota arte culinaria, non può non
aver iniziato questiillustri personaggi alle delizie
della birra. Sembra quindi probabile e credibile che
al loro rientro in patria abbiano conservato questa
abitudine, se non altro in ricordo dei trascorsi
amorosi.
Non sembra inoltre azzardata l'ipotesi che anche
Trimalcione, il ricchissimo quanto buzzurro
anfitrione descritto 4a Petronio nel suo Satyricon,
bevesse birra egiziana, per sfoggiare un prodotto
esotico con i suoi commensali. Al termine del pranzo
raccontato con arguta dovizia da Petronio, sorprese
i suoi ospiti facendo girare fra i triclini un
sarcofago con dentro uno scheletro, tipica usanza di
ogni fine pranzo dei Faraoni i quali volevano così
ricordare ai commensali la caducità della vita,
richiamandoli verso pensieri meno prosaici del
mangiare e bere. Se Trimalcione conosceva così bene
questa usanza, doveva conoscere altrettanto bene la
birra egiziana, e non è improbabile che in qualche
pranzo successivo abbia offerto zythum e curmy,
anche per risparmiare una volta tanto il suo
preziosissimo Falernum.
Si sa di certo come Nerone facesse largo uso di
birra. Ne riceveva spesso in dono da Silvio Ottone,
l'infelice marito di Poppea che aveva opportunamente
spedito in Portogallo per potersi incontrare
liberamente con lidi lui moglie. Era ovviamente
birra della penisola iberica, la cerevisia, e
l'imperatore la gradì tanto che volle presso di sé
uno schiavo lusitano, abile mastro birraio, addetto
alla quotidiana preparazione della bionda bevanda.
Il Medioevo
La tradizione popolare germanica narra di
Gambrinus, mitico re, al quale la leggenda fa
risalire l'invenzione della birra.
Grato per il dono della bevanda nazionale tanto
amata, il popolo pensò bene di immortalare il
personaggio, addirittura santificandolo e
trasmettendolo ai posteri con il nome di Sanktus
Gambrinus. Molti dubbi vi sono comunque circa la
reale esistenza di questo re e controversa la sua
presunta data di nascita. Contentiamoci quindi di
confinare Gambrinus in un'area puramente leggendaria
e ricordiamolo così come viene descritto:
un grassissimo rubizzo personaggio, con una fluente
barba, vestito con abiti regali di foggia vagamente
romanica, assiso su un sontuoso trono, il capo cinto
da una corona di spighe d'orzo e in mano
unospumeggiante boccale di birra. Di lui non si
narrano epiche gesta di battaglie e di conquiste, ma
solo di battaglie compiute su tavole imbandite1
coronate da colossali bevute di bionda birra.
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Il riposo di un
mastro birraio di un monastero in un dipinto
di Eduard Grutzer. |
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un uomo mentre beve Birra
in un illustrazione del XVII secolo. |
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Solamente a partire dal
Medioevo germanico si affina e si perfeziona l'arte
di preparare la birra; da lavorazione puramente
casalinga, diventa progressivamente di preparazione
semindustriale. Si abbandona l'uso del tino di
coccio e si principia a usare il più consono
recipiente di rame che conferisce alla birra più
raffinate caratteristiche.
È un continuo proliferare di fabbriche e
fabbricanti7 e i villaggi fanno a gara a chi la
produce meglio, mentre i villici gareggiano a chi ne
beve di più, e i consumi crescono con il
migliorarsi della qualità.
La birra viene variamente aromatizzata con
rosmarino, ginepro, resine, eccetera, e soltanto dal
1270 in poi si inizia a utilizzare il luppolo di cui
si scopre il felice connubio con il malto d'orzo.
Ogni produttore comunque si regola in materia come
meglio preferisce, secondo il gusto personale o la
convenienza economica
- il luppolo era troppo costoso. Dobbiamo arrivare
al 1516, al famoso editto di Guglielmo IV di Bavaria,
per avere una precisa regolamentazione circa la
corretta preparazione dellabirra, CO me prescritto
nel Das Reinhietsgebot, letteralmente "legge
della purezza". Questa, oltre a precise
quotazioni di mercato, secondo qualità e misure,
stabiliva: "..in particolare vogliamo che d'ora
in avanti nelle nostre città, mercati e paesi, non
sia usata o venduta alcuna birra con altri
ingredienti che non siano solo luppolo, malto d'orzo
e acqua... con pesanti sanzioni per i
contravventori.
La birra era consumata in Inghilterra in grandissime
quantità, ma il popolo beveva birra schietta solo
nelle grandi occasioni; per il resto dell'anno
doveva accontentarsi di una birra leggera1 ricavata
dalle trebbie: ciò a causa dei pesanti balzelli che
anche in quei tempi afiliggevano il paese In ogni
contea si produceva un tipo di birra diverso, la cui
formula era gelosamente custodita, e si dice che la
migliore provenisse dalla zona del Wessex.
Anche la Scozia aveva la sua brava birra, e
celeberrima era quella che producevano certi monaci
di un convento nelle vicinanze di Glasgow e della
quale si dice fosse un assiduo estimatore anche san
Kentigern, fondatore appunto di quella città.
Ovunque in lnghilterra si produceva birra, con i
più svariati sistemi e aromatizzazioni. Occorreva
una regolamentazione, cosi, nel 1200, si giunse al
codice di Hywc Dda, molto simile al successivo di
Gugjielmo IV, con il quale si dettavano regole di
produzione e di mercato, stabilendo pesanti sanzioni
peri contravventori. Soltanto dopo il 1400 comincia
in concreto 10 sviluppo industriale con il
conseguente maggiore incremento dei consumi e nel
1454 Enrico IV concede la prima patente di
fabbricazione della storia inglese alla Brewers'
Company (Corporazione birraria). L'ltalia è, come
noto un paese a forte vocazione vitivinicola. Ciò
non toglie che le popolazioni italiche abbiano, più
o meno saltuariamente, gustato quella bevanda che i
barbari invasori si portavano dietro nelle loro
scorribande sul nostro suolo. Quando poi gli
invasori restavano a secco del loro prodotto
originale, razziavano l'orzo dei campi per
prepararsi in loco quella birra della quale non
potevano proprio fare ameno.
Le prime popolazioni italiche a bere birra furono
certamente quelle della fascia subalpina, e in
particolare il Triveneto; zone, per la loro
facilità di accesso, più bersagliate dai barbari
che calavano dal nord. Il primo centro italiano del
quale si ha notiziacerta di produzioni di birra
locale fu Pavia, quando venne eletta capitale
longobarda nel V secolo, e furono gli stessi
conquistatori longobardi a insegnare le fasi della
lavorazione alle genti del PO5tOt dopo che ebbero
esaurite le scorte che si erano portate al seguito;
anche Alboino, il quale calava in Italia nel 568
facendosi subito nominare re, ben presto esaurì la
sua birra e allora fece requisire tutto il vasellame
di rame del posto, tutto l'orzo dei campi, per
produrre nuova birra per il suo esercito assetato.
Teodolinda, figlia di Gariboldo di Baviera, era una
vera mastra nell'arte birraia. Per tutto il periodo
della sua reggenza del Regno Longobardo, ceduto al
figlio Adolardo, incoronato nel 625, era rinomata la
sua corte di Monza dove teneva sontuosi banchetti a
base di spumeggiante birra che gli ospiti facevano a
gara a bere a più non posso.
Teodolinda, fervente cattolica1 contribui alla
conversione delle sue genti e si diede da fare per
raccogliere fondi destinati alla costruzione di
chiese e basiliche. Due volte l'anno inviava a papa
Gregorio Magno grana quantità a birra, che il
pontefice faceva magnanimamente distribuire al
popolo romano che apprezzàva il dono con canti,
danze e festeggiamenti che duravano fin quanto
duravano le scorte di birra. Papa Gregorio Magno,
per li sua casta santità, non era un grande
estimatore della bevanda, come d'altronde non lo era
di tutte le bevande a base alcolica, preferendo la
più semplice acqua. Meno casto e certamente meno in
odore di santità Clemente V,assurto al papato nel
1300, il quale, per le sue origini tedesche, amava
più del dovuto la buona birra che si faceva
produrre in abbondanza e in abbondanza tracannava.
Cala Barbarossa in Italia e con lui fiumi di birra,
prodotta dai tedeschi, fiamminghi e inglesi al soldo
del condottiero. Le genti italiche imparano a
produrla, più per fame oggetto di mercato con
l'esercito occupante che per il proprio consumo, che
stenta a crescere, poiché la bevanda è
strettamente collegata al nordico invasore, quindi
guardata con sospetto e con rancore. Sono momenti
episodici che non lasciano alcuna traccia.
Di ben altro avviso sono i frati dei conventi che
attribuiscono alla birra poteri medicamentosi, primi
fra tutti i frati dell'abbazia di Montecassino. I
contadini portano nei conventi l'orzo che i monaci
trasformano in birra, con variazioni sul tema, e il
commercio si allarga e l'uso si diffonde, anche se
non esce ancora dai confini comunali. |
La raccolta del luppolo in una guida inglese
del XVI secolo. |
La stella a sei punte era
spesso associata all'immagine dei birrai |

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Ma la birra non viene ancora vissuta come bevanda
alimentare, bensì solo come bevanda medicamentosa;
viene somministrata ai convalescenti come
ricostituente, alle partorienti perché producano
più latte, ai malati quale dieta alimentare, come
purgante, come digestivo e per migliorare la
circolazione del sangue. È una birra forte, densa,
corposa, carica a potere nutrizionale. Le famose
birre d3Abbazia belghe ne conservano tuttora la
memoria storica. Mentre il popolo ne fa un consumo
saltuario e modestissimo, legato alle vicissitudini
della salute, nelle corti reali il consumo è
pressoché abituale, la birra è di casa insieme e
più del vino. I monarchi ci tutto il nord, quando
non sono in lotta fra loro, stabiliscono vincoli di
sangue in un fitto scambio di parentele fra re e
imperatori, e con le parentele si scambiano i tipi
di birra.
L'imperatore tedesco Massimiliano, andando sposo nel
1500 a Maria Bianca visconti, fa produrre birra a
Milano per distribuirla ai festanti milanesi,
insieme a confetti e dolci.
Se ne beve abitualmente alla corte di Lorenzo il
Magnifico, dietro suggerimento di Luigi Pulci,
poeta, raffinato maestro culinario e grande
estimatore di vini e a bevande, tanto da essere
considerato il padre dei moderni sonirneben
L'età moderna
Per tutto il Medioevo in Italia si era prodotta
birra esclusivamente con metodi artigianali, per il
raro consumo dei pochi estimatori. Si trattava di
produzioni discontinue, legate a fattori
strettamente temporanei e locali. La birra si
importava per lo più dall'Austria edera legata a un
uso elitario mentre i consumi popolari confluivano
essenzialmente sul vino, anche per ovvi motivi di
minor costo e di più facile reperimento. Dobbiamo
arrivare alla metà dell'Ottocento perché
finalmente anche in Italia sorgano le prime vere e
proprie fabbriche organizzate con moderni criteri di
produzione industriale. Sono ovviamente opera, per
lo più, di intraprendenti industriali d'oltralpe, i
quali vedono in Italia prospettive commerciali di
sicuro interesse, ai quali fanno presto seguito
anche commercianti italiani, soprattutto fabbricanti
di ghiaccio che vedono nella birra il naturale
complemento della loro attività, che si espletava
esclusivamente in estate. Nel 1890, sono ben 140 le
unità produttive Anche le importazioni salgono, se
pure non nella stessa percentuale, ma è dopo la
Grande Guerra che assistiamo a una vera e propria
esplosione di consumi, dovuta, chissà, anche alla
maggiore conoscenza e divulgazione della birra,
apprezzata fra tanta morte e distruzione, proprio
sui campi di battaglia.
Nel 1920 le fabbriche italiane sono soltanto 58 ma
la produzione raggiunge livelli assai notevoli.
Crescono e si consolidano quelle aziende che, nel
volgere di alcuni decenni, diventeranno le grandi
realtà industriali del settore. Nel 1927, a causa
delle forti proteste da pane dei vinai che temono il
troppo successo della birra, viene varata la legge
Marescalchi, la quale, con l'apparente scopo di
favorire l'agricoltura ma con la recondita speranza
di peggiorare la qualità della birra, impone ai
birrai restrizioni produttive e di
commercializzazione tali da rendere quasi
impraticabile la diffusione. L'effetto è immediato
e i consumi scendono vertiginosamente, non tanto per
il livello qualitativo che rimane comunque
accettabile, quanto per l'inevitabile lievitazione
dei prezzi che pongono il prodotto fuori della
portata delle masse Molte fabbriche chiudono e
falliscono; le restanti soffrono grandi difficoltà
e sono costrette a licenziare il personale per poter
sopravvivere in qualche modo
Di nuovo la guerra, e la produzione rallenta
progressivamente, fintanto che tutte le fabbriche,
negli ultimi anni del conflitto, sono costrette a
fermarsi per mancanza di materia prima. Cessate le
ostilità, gli industriali del settore binario si
leccano le ferire - le loro aziende sono uscite dal
periodo bellico più o meno danneggiate - e
riprendono faticosamente l'attività. Dobbiamo
comunque arrivare al 1950 per risalire alle quote
produttive del 1925. Va detto comunque che sino a
quegli anni la birra veniva bevuta in un arco di
tempo che andava da marzo a settembre; rientrava,
nella mentalità corrente, fra le comuni bevande
dissetanti, come le bibite gassate, e come tale
veniva consumata esclusivamente al banco. Era
addirittura opinione popolare che la preparazione
avvenisse con chissà quali misteriosi sciroppi, né
più né meno come un'aranciata o una gassosa. Nei
mesi invernali quindi le fabbriche chiudevano,
dedicandosi a lavori di manutenzione e riordino
delle strutture. Dal 1960 finalmente la birra accede
al canale alimentare, dal quale può raggiungere
facilmente le famiglie, e così, nel volgere di un
decennio, la produzione arriva a toccare i 6 milioni
di ettolitri. I consumatori hanno compreso lo
spirito della bevanda, nobilitandola nella sua
giusta dimensione, e tutti ormai sanno che si ricava
dal malto e che non ha nulla a che vedere con le
bibite gassate.
Le unità produttive sul territorio italiano sono
attualmente 18, con oltre 3.500 dipendenti, e fanno
tutte parte per lo più di grossi gruppi
internazionali. Siamo ancora lontani dai consumi di
birra delle altre nazioni europee; con i nostri 27
litri siamo all'ultimo posto, preceduti dalla
Francia (altro paese a forte vocazione vitivinicola)
con 39,3 litri, dalla Grecia con 42 litri e dalla
Spagna con 66,5 litri.
Ma il futuro fa ben sperare! Sempre nuovi
consumatori si accostano ogni giorno a questa
splendida antichissima bevanda, in virtù delle sue
caratteristiche di freschezza, bevibilità e
digeribilità, ma grazie soprattutto alla
europeizzazione delle aziende di produzione, che ha
tatto fare un grosso balzo in avanti alla qualità
offrendo ai consumatori una straordinaria gamma di
assortimento in grado di soddisfare i palati più
esigenti. -
indice curiosità - |
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